venerdì 14 novembre 2014

Time of Wonder #6 - Caraibi e la bara di David Jones


9 Novembre 2014
La Romana, Repubblica Dominicana


Verso l’alba del 6 Novembre Andrea entra sotto un enorme groppo.
In realtà non è un solo groppo. Si tratta di una zona cuscinetto tra l’anticiclone delle Azzorre e quello Americano. L’effetto non cambia: acqua a catinelle, raffiche di vento con salti fulminei di 180 gradi e, sempre e comunque, di bolina stretta. Non teniamo più la rotta per la nostra destinazione. Ad un certo punto appare un temporale scuro scuro che sembra l’occhio di Mordor, con tutta l’intenzione di spedire Time Of Wonder e il suo equipaggio dritti dritti in visita alla bara di David Jones.


Vittorio Malingri - Ocean Experience


Andrea mi sveglia ed esco. Avrò dormito sì e no due ore. Di solito mi riprendo bene in pochi minuti ma quando l’accumulo dei giorni precedenti è grosso fatico un po’ a svegliarmi del tutto. Abbiamo tenuto un ritmo serrato simile a una regata, tra i problemi tecnici di una barca nuova e una meteo che sembra prenderci in giro di continuo. Nessuno di noi è in gran forma. È anche frustrante vedere che nonostante le previsioni non siano male, la realtà invece è pessima. Mi ricorda un certo Paese... anche quello diretto a caduta libera nella tomba di David Jones.
Ma non gliela daremo vinta a bordo di Time of Wonder, (né in quel certo Paese), e iniziamo a lottare. Boliniamo con onda cortissima e mare che sembra bollire. Ci sono quattro onde diverse. A tratti il vento cala e mettiamo un po’ di motore. Poi, quando la barca sbanda troppo, lo spegniamo. Guadagniamo poca strada con enorme dispendio di fatica e la pioggia, incessante, ci logora. Il cambio di direzione del vento è continuo, durata massima di una condizione: il tempo di regolare le vele... poi cambia di nuovo. Sale e scende di intensità ma teniamo a riva tutto, a parte la randa di maestra che ha già due mani. Nelle raffiche più forti sventiamo, quando smotoriamo cazziamo i tre bomi al centro e lo yankee a ferro. Il tempo in cui la barca viaggia con una certa inerzia e velocità è un decimo del tutto. Vediamo del chiaro a sinistra e ci dirigiamo lì, giusto per scoprire che siamo tornati da dove siamo venuti. Il lungo groppo che sembra arrivare all’orizzonte si pone tra noi e la nostra meta. Ci sono cumuli altissimi. Non è che ci vada proprio di attraversare il “verdone” e finisce che rimaniamo a stringere, 40 gradi fuori rotta a sinistra. Ogni tanto veniamo inglobati di nuovo sotto una frangia di questo sistema di temporali. Accendi il motore, cazza tutte le vele al centro, quando il vento va via, spegni il motore, lasca e regola, tutto per totalizzare 3.5 nodi di velocità quando va bene e se il vento rientra a livelli proporzionati alla nostra velatura.

Siamo bagnati fuori e dentro, il morale non esattamente alle stelle. Mancano solo 295 miglia alla meta e sapere che i due giorni previsti diventeranno così tre non aiuta. In tutto ciò smette di funzionare anche l’alternatore e i soliti maneggi di fili e verifiche alla ricerca di falso contatto non funzionano. Le batterie erano già belle scariche e ora sappiamo che, forse, ci rimane 1 sola possibilità di accensione. La batteria del motore è morta da giorni e non tiene più la carica. Ce la teniamo per entrare in porto. D'ora in poi lampade a petrolio, niente luci di via, plotter e strumenti spenti - a parte il punto a mezzogiorno. Ne usciamo a tardo pomeriggio. Di nuovo bolina larga, mure a sinistra con vento da SE che piano piano allarga ad un glorioso traverso, mentre la nostra velocità sale sempre più: sei, sette, otto nodi, falchetta in acqua e temporali a tutto spiano da evitare. Time of Wonder - e ogni schooner in generale - dà il meglio di sé proprio tra la bolina larga e il lasco stretto. Su di nuovo tutta randa e via, con velocità crescente fino a sfiorare gli 8.5 nodi quasi fissi. Sono ricomparse le stelle e i temporali si diradano sempre più.


Vittorio Malingri - Ocean Experience



La mattina dopo ci vede sempre lanciati in rotta. Sole, nuvole da aliseo, onda regolare, uccelli. "In culo all’occhio di Mordor, a Mordor stesso e a tutti gli orchetti... e pure la visita alla tomba di David Jones per il momento è rimandata".
È la migliore giornata da quando siamo partiti. Sorrisoni, soddisfazione, speranza di arrivare. Siamo a 150 miglia dalla costa Nord di Puerto Rico e ci avviciniamo a palla di fucile. Approfitto per salire in testa all’albero di trinchetto. Recupero l’amantiglio - che si scrive con una m sola, me l’ha lasciato detto Giancarlo Basile in un commento ad uno di questi pezzi, grazie; assieme al nome dei famosi pezzi di legno forato che compongono i nostri arridatoi, bigotte, suggerito da Adriano, grazie anche a te. Adesso sì che sono un erudito, quasi, quasi lascio il mare e mi dedico all’insegnamento del gergo marinaro alla Lega Navale.
Recupero l’amantiglio del boma di trinchetta, che vola libero da due giorni e si è arrotolato attorno a qualsiasi cosa, il cui moschettone si è aperto durante una presa di terzaroli a causa dello sbattimento della randa e del suo boma. Faccio una marea di foto alla ciurma sul ponte e alla barca vista dall’alto. Pulizia generale, cibo di qualità, riposo. A sera rientriamo nei groppi, nel sottovento di Puerto Rico. Non abbiamo più la possibilità di accendere il motore. La velocità scende inesorabilmente... e sfuma anche l’arrivo il giorno seguente ad un ora decente.

Roby mi molla il timone verso le 4 del mattino. Faccio lo slalom tra i temporali per un po’, poi il vento rinforza da NW. Entriamo nel Mona Passage, il canale della Mona: di nome e di fatto! Valentina e Mila mi aspettano già da quattro giorni e voglio arrivare. Volo di bolina larga con tutta la tela a riva. Falchetta in acqua, o meglio sott’acqua, piove ininterrottamente da cinque ore. La barca vola e si guadagna tutto il mio rispetto. Non mi sono sbagliato. Ho una barca come le auto che piacciono a me: insospettabili ma maneggevoli e velocissime. Una volta le chiamavano "auto da rapina". Ho una "barca da rapina", due bandiere nere, del vento nelle vele, due amici che si riposano sottocoperta, una donna e una bambina che mi aspettano su una spiaggia tropicale, la pancia piena e una bottiglia di rhum da scolarmi quando saremo davanti a quella spiaggia. Sono felice. Prendiamo due mani, con Andrea che mi rileva. Siamo oramai di veterani del gaff rigged e portiamo a termine la manovra in un lampo sotto un groppo con la barca lanciata. Poi il vento cala, poi usciamo dal sottovento dell’isola. Smette di piovere e riprende un ottimo SE che ci spinge veloci verso Saona, un’isoletta attaccata alla punta SE della Repubblica Dominicana. Nel pomeriggio il vento cala e gira, siamo obbligati a strambare e scompare anche la speranza di arrivare stasera.

Stiamo bene, siamo un equipaggio... un gruppo direbbe qualche sociologo del cazzo del giorno d’oggi. Una ciurma dico io (e lo direbbe anche David Jones, quel vecchio pirata sepolto in fondo al mare).
Non sapete quante volte ho rimpianto di non essere nato nel’800. Non avrei avuto dubbio a scegliere quale parte in cui trarre il massimo dalla abilità velica. La mia!. Un paio di bandiere nere le ho sempre con me e quando qualche mercantile sembra non voglia cedere la rotta, ne invio una a riva. La mia specialità è filare a luci spente nella notte, specialmente adesso che il tricolore in testa d’albero è stato portato via dal vento e dai tonfi sulle onde. Insomma siamo lì che ce la raccontiamo e, come per magia, passo davanti al plotter e scopro che siamo dove dovevamo essere: sulla punta di un bassofondo e costeggiamo Saona.
È il tramonto, i colori sono spettacolari nel gioco di nuvole. Silenzio, sorrisi, odore di fuoco da legna nel buio, salsetta da una radio sgangherata. Costeggiamo a 500 metri da riva e... il vento cala di colpo. È arrivato il momento di giocarci il jolly di quella famosa accensione.
In nostro Westerbeke 53HP ci ride in faccia.


Vittorio Malingri - Ocean Experience
























Ok è inutile sperarci, che torni il vento... e a dire la verità siamo davanti a una delle spiagge più belle della Repubblica Dominicana. Vuoi vedere che tutto ciò non è un caso!. Il vento ci ha portato qui e il vento ci ha detto "basta, fermatevi qui e pensateci un po’ su. Non c’é nessuna fretta di arrivare in mezzo alla gente civile, alla società evoluta. Avvicinatevi alla spiaggia e calate il ferro".
Mettiamo in pratica. Una mezzoretta di sforzi e ci portiamo, a vela nel non vento, su quattro metri di sabbia dove buttiamo il ferro. Mettiamo tutto in ordine ammainiamo e serriamo la maestra. 
Via con una bella pastasciutta, vino rosso e aperitivo nell’attesa. Chiudiamo la serata aprendo e scolando tutta quella bella bottiglia di rhum di Bermuda trovata - anche qui non per caso - in un gavone nascosto e che non abbiamo mai avuto tempo di bere perché imparare ad usare Time of Wonder in mezzo alle burrasche dell’Oceano Atlantico del Nord in inverno non ce ne ha lasciato il tempo.
Ci vuole ben altro per spedire me, la mia ciurma e il mio schooner a rendere omaggio alla bara di quel fottuto pirata di David Jones.

Cptn Hugo Black
(alias Ismael, alias Vittorio Malingri)

...e fu così che, una volta giunti nel mar dei Caraibi, la tranquilla ciurma di pescatori di merluzzo di Time Of  Wonder calò la bandiera a stelle e strisce e issò una bandiera nera con disegnato, alla bell’e meglio, un teschio e due sciabole incrociate.

lunedì 10 novembre 2014

Time of Wonder #5 Out of the Storm


8 Novembre 2014
La Romana, Repubblica Dominicana


Scusate l'interruzione di qualche giorno, leggendo capirete il perché. 
In due parole possiamo dire che: la seconda parte della traversata, dal centro dell'anticiclone in giù, invece di essere quella in "discesa" si è rivelata quella in "salita".


Vittorio Malingri - Ocean Experience



































Eravamo rimasti al 30 ottobre con poco vento, un centinaio di miglia a SW di Bermuda che "sbolinavamo" per andare a prendere un vento portante in arrivo da NW che ci avrebbe portato rapidamente a destinazione regalandoci la parte tropicale di navigazione negli alisei dell'anticiclone americano.

Mi ero dimenticato di dirvi che nella lunga smotorata abbiamo avuto problemi di alternatore. Ogni tanto smetteva di caricare e io, toccando fili vari, sono sempre riuscito a farlo funzionare. 
Il fondo del pozzetto è anche il portello di accesso alla sala macchine. È bello tosto e pesante, lo ribalto verso prua appoggiandolo alle panche. Stupidamente non lo assicuro, pensando al rollio e non al beccheggio. Ad un certo punto mentre tutto filava a meraviglia e io guardavo soddisfatto le stelle pulendomi le mani, me lo sono preso in fronte di netto. Per buona sorte la ferramenta che lo chiude - e che mi avrebbe aperto il cranio in due - era solo 5 cm più a destra e io, sembrerebbe, ho anche la testa dura e non solo metaforicamente. Felicemente ho retto il colpo e non sono caduto sul motore acceso e sull'asse dell'elica in movimento. È andata bene!


Vittorio Malingri - Ocean Experience



















Il 31 il vento è arrivato nel pomeriggio, a sera volavamo al lasco con tutte le vele a riva e un mare sempre meno incrociato. Nella notte abbiamo dato due mani e poi tolto tutta la randa di maestra. Verso l'alba del 1° Novembre ho terzarolato da solo la randa di trinchetto. C'erano 30 nodi e la barca, sotto trinchetta e yankee bella "tirata dal naso", se la cavava egregiamente. Ho decantato le doti di Time of Wonder ma naturalmente ci sono anche i lati negativi. I "pescatori di merluzzo" era gente intelligente e se avessero avuto i materiali e la tecnica che abbiamo noi oggi sarebbero andati a pesca con un Class 40 da carico o con un Open in generale che rimangono le barche più marine e robuste in assoluto tra tutte le imbarcazioni.
Agli amanti e sostenitori della chiglia lunga posso serenamente dire "non avete capito un cazzo", siete  dei nostalgici e dei teorici. È un ottima cosa per andare diritto, fine dei vantaggi. Ma a volte capita anche di doverle fare girare le barche... e a volte capita di doverle fare girare "a bomba", magari prima di essere disintegrati da un frangente.

Comunque, tornado a noi... il vento si è stabilizzato sui 35 nodi, raffiche a 40, con onde frangenti di 5-6 metri. La barra del timone in spruce, contrastando le straorzate ad ogni onda, si torceva a livelli inimmaginabili. Mentre per ore ho messo in campo tutta la mia esperienza e abilità di timoniere con vento forte, ho occupato il mio cervello a pensare sistemi di rimpiazzarla una volta che si sarebbe rotta, perché era chiaro che si sarebbe rotta. Per fortuna Andrea, che mi rileva alle 4 del mattino, è un timoniere discreto e non ha avuto problemi per metà dal suo turno. All'alba c'erano 40 nodi e 6 metri d'onda frangente. Sentendo la barca che si muoveva stranamente mi sono svegliato, sono uscito e abbiamo prima ammainato lo yankee, poi la randa di trinchetto. Ma la sola trinchetta era troppo poco per andare veloci (memore di Vito Dumas "in questi casi tutta vela per fare correre la barca davanti al mare. "Polaccone", l'antenato del gennaker, "e mezzanella"). Quindi di nuovo su lo yankee. La parte brutta sono state le due passeggiate in fondo ai 4 metri di bompresso, senza crocette o rete sotto, per legare prima lo yankee e poi slegarlo di nuovo. Va da sé che in tutta questa storia abbiamo i giubbotti e le cinture di sicurezza incollati addosso. Con i soli fiocchi a riva per tutta la giornata non è cambiata la solfa, a parte una rotazione del vento in senso orario che da NW è passato abbastanza rapidamente a NE, reintroducendo un mare molto incrociato.



Vittorio Malingri - Ocean Experience























Roberto ha un esperienza più limitata e, some succede a tanti, ha giustamente grande preoccupazione e conoscenza dei suoi limiti. Però questo blocca le persone e impedisce di concentrarsi su quello che fanno creando insicurezza. Con una mia collaudatissima ricetta, a base di imprecazioni prima, di insulti urlati a pochi centimetri dalla faccia poi, nel perfetto stile del mio idolo: il sergente Hartmann di Full Metal Jacket, l'ho smontato e rimontato psicologicamente in un oretta. Gli ho impedito di passare mano dicendogli che fino a che non imparava sarebbe rimasto incollato al timone. Se avesse causato danni e incidenti - e ne fossimo usciti vivi - la mia maledizione l'avrebbe perseguitato per anni. Ricordo che ad un certo punto gli ho detto che sempre fino a che non imparava sarebbe stato inchiodato lì senza bere e mangiare, e all'apice gli ho pure detto che quando avrebbe imparato gli avrei fatto scopare mia sorella. Sotto insulti e minacce urlati da un pazzo con un taglio in fronte, nel bel mezzo di straorzate e strambate cinesi in un contesto di molto seria tempesta, nel giro di un oretta ha imparato.
Il giorno dopo però, in un debriefing sulla situazione, mi ha chiesto: "Ma tu ce l'hai una sorella?e io guardando altrove "No. Non ce l'ho una sorella".
E Roberto mugugnando "Lo sapevo che non avevi una sorella", e io di rimando "Però ho delle cugine!".

Per tutta la notte il vento ha continuato ad aumentare e a girare. Al mio turno, quando è comparsa la prima luce del giorno, ho iniziato ad avere veramente paura che si rompesse il timone. La barca no, è una roccia. Planate oltre 10-12 nodi di sicuro; in una - su un treno di onde anomale - ho visto la barca in discesa a 45 gradi con il bompresso già tutto nel cavo dell'onda e la prua che rimaneva sul pelo dell'acqua per miracolo. Ho iniziato a timonare guardando dietro e non più davanti. Ho iniziato a non usare più il pettine per bloccare la barra all'angolo desiderato, ma reggerla sempre con le braccia cedendo apposta nei momenti di maggiore sollecitazione, sulla straorzate, in modo da alleviare lo sforzo e non farla rompere. Ho escogitato tutte le modifiche per render la barra, appena possibile, più solida e la barca meno orziera in generale. Mi sono innamorato di questa barca e non la mollo. Penso di continuare a navigare con lei, forte di alcuni accorgimenti e delle bestemmie all'indirizzo degli amanti della chiglia lunga; ogni qualvolta dovesse servire a motivarmi e a tirare una nuova alba. Ad un certo punto un frangente mi ha portato via una panchetta che c'è all'estremità del castello di poppa. Non c'è niente che mi fa andare in bestia di più di qualcuno o qualcosa, che non sia io, che provoca danni alla mia imbarcazione. Non ostante l'ira ho continuato ad avere una sana paura fino a che il mare non si è addolcito e il vento leggermente calato. E lì, finalmente, ho passato la barra ad Andrea e sono crollato...


Vittorio Malingri - Ocean Experience

A sera avevamo ancora vento, girato ormai al traverso e molto meno. Reissate le rande, tutta quella di trinchetto e anche quella di maestra poi riterzarolata a due mani. Abbiamo volato per tutta la notte in un cielo che piano piano si schiariva e mostrava perfino qualche stella.
Cena a base di costine di vitello e patate saltate in padella. Animi che si riprendono. Silenzi, ripensando al passato.
Silenzi, contemplando una goletta lanciata nella notte nel mezzo dell'Oceano Atlantico del Nord... una brutta gatta da pelare in questa stagione.

Vittorio

venerdì 31 ottobre 2014

Time of Wonder #4 Quando tutto ebbe inizio


Ore 4:41pm
In navigazione pos. 31°31'N - 64°29'W   50 miglia a Sud di Bermuda


Ahoy!!!
siamo sempre qua, di bolazza con 16-20 nodi di vento e corrente contro. È un’altra bella giornata, la vita di bordo si è stabilizzata. Siamo a metà del viaggio verso La Romana nella Repubblica Dominicana, e sembrerebbe la metà in discesa.
Stamattina stavo seduto sul castello di poppa, particolarità del Pinky Schooner, a guardare la mia barca che naviga e come se la cava contro le onde. Falchetta in acqua, una mano alla randa di maestra e una a quella di trinchetto. Mi è venuto in mente com’è iniziata tutta questa storia. Credo che saperlo potrà dare, a chi non ha seguito dall'inizio, uno scenario della situazione e di quello che stiamo facendo.


Vittorio Malingri - Ocean Experience


































Era qualche tempo che stavo cercando un’altra barca da aggiungere alla scuola vela.
Come scusa è già abbastanza, i soldi pochissimi, e ho iniziato a far lavorare il cervello e guardarmi attorno. ’Sto giro mi volevo togliere uno sfizio che ho fin da bambino: navigare su una goletta da pesca americana d’epoca.

Ho trovato una barca che lo è, un progetto di Ted Brewer, costruita nel 1950 in lamellare ed epossidica, resinata dentro, fuori e sul ponte, con alberi e bompresso in alluminio, bomi e picchi di legno. Manutenzione da barca di vetroresina, caratteristiche e charme da peschereccio di merluzzi di oltre 100 anni fa. Era in vendita al doppio dei soldi che avevo. Prezzo comunque buono, di un 35% minore della valutazione fatta da tre periti diversi. Il proprietario ne aveva appena spesi sopra quasi il doppio di quelli che chiedeva: vele nuove mai usate, alberi e bompresso nuovi in alluminio, strumenti a tutto spiano, cambiati legni marci e resinato il tutto... e io glie ne ho offerti la metà del prezzo di vendita. Lui rilancia per 3/4 e io rimango fermo a 50%.
Il broker mi risponde che il proprietario piuttosto di darla a me per quei soldi la regala a un charity found, perché ha appena comperato un’altra barca ed è entrato in una fascia di tassazione più alta. Dandola alla charity ci guadagna detrazioni di tasse alla fine del prossimo anno per una cifra di 6.000 dollari superiore alla mia offerta, e ci guadagna in...“high social appraisal”.
Io gli rispondo che mi sembra un’ottima idea e che lo faccia. Mi risponde che, tutto sommato, sono meglio i miei subito che detrazioni a venire. Inizia a far fare conti al suo commercialista e mi dice che ne vorrebbe 12.000 in più  di quelli che offro, per arrivare ad un costo pari al risparmio in tasse più la percentuale del broker che vende.


Vittorio Malingri - Ocean Experience

























Io rimango fermo sul mio 50% del prezzo di vendita e gli dico: “Perché non la regali al charity found e io la compro da loro? Così tu ti scali dalle tasse l’anno prossimo una cifra superiore alla mia offerta e i miei soldi invece che a te vanno a dei bambini". S’incazza, ma lo fa.
Le mie spie in loco dicevano che è una barca molto ben tenuta e che tutti i lavori elencati corrispondevano alla verità. Sono andato a vedere. Era tutto in ordine e ho concluso. Morale, l'ho pagata non solo quello che volevo io, ma in tre anni, perché il charity deve tenerla almeno per tre anni e me la affitta. Poi me la gira nel 2016.

Il Block Island Found è una società no profit che dà la possibilità a ragazzi e bambini delle comunità di indiani, pescatori e persone indigenti del Maine di imparare a lavorare su barche, costruirle, progettarle, navigarci e fare lavori collaterali alla nautica e alla pesca.

Quando stavo trattando pensavo: "Posso finalmente fare dei bordi piatti con il mio peschereccio di 100 anni fa, e vestirmi come un pirata".
Ho cercato amici dotati di piccozza rompighiaccio, loden con riscaldamento elettrico incorporato, moon boot e racchette da neve per portarla dal Maine a Guadalupa in Novembre. Un viaggio tutto in discesa... dal Polo Nord. Il Pinky Schooner è noto per la sua marinità e capacità di affrontare tempeste... ha una bella stufa a legna pellet e carbone. Fine delle comodità.
Questo era quello che pensavo, ma con mia grande sorpresa, come avete letto nelle puntate precedenti, la barca è bellissima, comoda, marina e perfino relativamente veloce in tutte le andature.


Vittorio Malingri - Ocean Experience


Questo viaggio porta me e il mio equipaggio Andrea  e Roberto, da Harpswell, Maine all’arcipelago di San Blas, Panama, “casa mia”. Ho qui la mia base invernale, in un insieme di isolotti corallini, che si chiama Coco Bandero. A Coco Bandero non c'è niente e nessuno a parte una famiglia Indios Kuna che vive lì per la stagione. A Coco Bandero c'è tutto e una piccola parte dell'anno cerco di passarla lì, dove è possibile venirci a trovare charterizzando la barca. Tra l'altro arrivano anche Nico e un’amica che ho appena aiutato a comperare un bellissimo Aldeen Caravelle in California.

A parte un rientro, da Febbraio ad Aprile nella nuova base di Preveza nella Grecia Ionica, poi  riprendo il mare con Time of Wonder. Questa volta prua a Est per tornare in Grecia.
A Preveza torno in servizio in cantiere, con il mio grande amico Andrea che, mentre noi facciamo gli "asini" per gli oceani, è lì a smazzarsi rigging, motoristica, resinature, verniciature, ponti in teak eccetera eccetera, per ormai numerosi clienti allo Ionion Marine, il cantiere dove abbiamo un’area dedicata alla nostra attività di assistenza e sosta. Anche qui un altro mondo, fatto di sano lavoro in un ambiente semplice e vero e a contatto con mare, barche e marinai.
Questa è la vita che ho scelto dopo quasi 50 anni di navigazione, che mi permette di continuare a navigare, con famiglia e allievi, passare tempo con gli amici di sempre, conoscere a fondo due culture diverse tra loro: quella indios e quella greca.
Queste puntate raccontano il viaggio di andata, la sosta a San Blas e il viaggio di ritorno a bordo di Time of Wonder. Sempre che nel frattempo non succeda qualcos'altro. Nel caso non mancherò di raccontarvelo.

Ah, non sono Matusalemme, il fatto è che navigo praticamente da sempre.

Saluti a tutti,
Vittorio

giovedì 30 ottobre 2014

Time of Wonder #3 Buonanotte terrestri


Ore 2:51am  
log 1168nm   Navigando a 60 miglia a E-NE di Bermuda


Tra la scomparsa dell'armo aurico e la comparsa delle rande steccate "square head" l'umanità ha avuto un periodo buio. Questo è coinciso con l'avvento del motore a scoppio, subito adottato da imbarcazioni commerciali e yacht. L'uomo, prima avvezzo a compiere manovre a suon di forza e maestria, si è ridotto a una larva. Ha sviluppato il muscolo del pollice e dell'indice nel tipico movimento rotatorio di girare una chiave o spingere un pulsante di accensione, di un rollaranda o di un winch elettrico. La randa con il picco è diventato un accessorio ingombrante e faticoso soppiantata da un surrogato: una vela chiamata marconi o bermudiana, tanto per rimanere nel tema dei paraggi in cui navigo e dei pantaloni corsi che indosso.


Vittorio Malingri - Ocean Experience




























La notte scorsa sono calati il vento e il mare. Ora ci apprestiamo ad attraversare il centro di un’alta pressione. C'è poco vento e, per la prima volta dalla partenza, nel mio turno di notte ho issato tutta la randa. La mia tranquilla goletta da pescatore di merluzzo è diventata un mostro di potenza e velocità. L'ultima volta che ho provato questa sensazione ero sul trimarano ORMA 60' prima che, come dice l'amico Hubert Desjoayeaux, imparassi a "navigare sul ponte", cioè con lo scafo sotto il sedere invece che sott'acqua.
Siamo al gran lasco, basta un’orzatina ed è come schiacciare l'acceleratore di una supercar. Come la prima volta in cui ho provato uno snowboard e non ho mai più rimesso gli sci, qui non ne voglio più sapere niente di randa, sia moderna o antica, che non sia "quadrata". Io indietro con ci torno.
Il "power" viene fuori da lì, con due mani prima di prendere velocità all'orza ci voleva del tempo. Sì certo manovrare una vela che ha due drizze, un picco da infilare al volo nelle rollate tra lazy jack e mantiglio non è la più facile delle cose. Come non lo era manovrare una barca in porto prima del bow thruster, come era per la cassiera del supermercato fare il conto del resto, prima che bastasse scrivere "50 euro" e la casa suggerisse i 10 euro di resto. L'uomo, e anche la cassiera, si sono ridotti alla parvenza di quello che erano, e la cosa sta degenerando di giorno in giorno.


Vittorio Malingri - Ocean Experience

























Pensando alla posizione in cui avrei inserito questa barca nel contesto della scuola vela mia e di Nico - Ocean Experience - la vedevo imbarcare allievi alle prime armi o quasi. Non avevo capito niente. Qui ci  vuole gente "coi maroni". Ci si fa un c. come un secchio: è tutto a mano, sì, ok i paranchi, ma bisogna muoversi dal pozzetto, identificare la manovra giusta tra le 42 presenti (non è un numero a caso e sono tutte cime bianche), tirare come delle bestie, addugliare cime chilometriche, dopo essersi assicurati ad una apposita drizza arrampicarsi in fondo al boma - che e alto e spunta da poppa - e mettere o togliere matafioni e stroppo di sicurezza sulle mani o sul bompresso a slegare e rilegare lo yankee. E non siamo davanti a St. Tropez, Antibes, Porto Cervo, Imperia, siamo in mezzo all'Oceano Atlantico.
Se la vela di tutti i giorni ti sembra una cosa oramai acquisita, se vuoi provare nuove emozioni e metterti alla prova... vieni a navigare con me. "Lo Zio Ugo ti vuole!". Potresti scoprire che in fondo gli sci sono una gran figata e che bastano e avanzano.

La navigazione prosegue bene. Durante il giorno lavoro sempre. Ho messo sicure di dyneema attorno ai bozzelli delle sartie per tenere botta ed evitare disastri nel caso di altre rotture, rimesso a posto l'impianto elettrico del pannello motore, sturato pompe di sentina e continuato la personalizzazione della barca per trasformarla da "giro davanti allo yacht club" a "4x4 degli oceani”. Più faccio e più mi vengono in mente modifiche, specialmente alle manovre correnti. Voglio mantenere materiali e tecniche dell'epoca ma sveltire le manovre, specialmente in vista di navigarci da solo. Roberto e Andrea fanno la loro parte, iniziano a capire la barca.
Roberto stanotte mi diceva che navigare su Time of Wonder è un’emozione superiore a quella di una barca moderna anche impegnata in una traversata Guadalupa-Azzorre, come quella in cui ha partecipato da allievo su Huck Finn II l'anno scorso. Andrea invece mi diceva che oggi per la prima volta ha realizzato di essere in mezzo all'oceano. Prima con il vento forte avevamo troppo da fare.


Vittorio Malingri - Ocean Experience




















Siamo felici della giornata di sole, abbiamo calato le lenze e preso sargassi tutto il giorno. Ce ne sono a perdita d'occhio. Sono state anche oltre 24 ore di “smotorata” prima che, qualche ora fa, tornasse il vento.
È il mio turno di notte, 00:00-04:00, barra bloccata come sempre, mare calmo e poco vento, il bagliore di Bermuda all'orizzonte a dritta. Mi sa che adesso devo smettere di scrivere, perché sento che la barca ha rallentato, e già da un po’ di tempo. Era previsto un altro calo fino a domani pomeriggio.

Buonanotte terrestri, io mi infilo una cintura di sicurezza, esco in coperta e mi arrampico in fondo al boma a togliere matafioni e stroppo dalla prima mano. Poi mollerò la scotta, troverò un nuovo "balance",  bloccando la barra un po’ più sottovento per tenere la rotta con la randa in bando. Poi inizierò la spola tra le sartie di dritta e quelle di sinistra per tirare ammantiglio e lazy jack, mollare la sicura del punto di mura, mollare la borosa e alare, drizza, drizza del picco, rimollare ammantiglio e lazy jack, ritirare la scotta... e rimettere tutto a posto.

Ah! dimenticavo, siamo di bolina stretta e non è vero che le golette non stringono il vento... almeno non quelle dei pescatori di merluzzi.

"Sennò quando lo vendi il pesce?"
"Pesce? che pesce?. Ohè, chi ha parlato?.... sei stato tu Quiqueg?"

Vittorio

martedì 28 ottobre 2014

Time of Wonder #2 Volevamo l'avventura?...e l'abbiamo avuta!


Ieri pomeriggio verso le 5pm andavamo a tutta forza al lasco.
Randa due mani, randa di trinchetto piena, trinchetta. Ad un certo momento, a ciel sereno, è aumentato il vento da 19-20 a 25-28 abbondanti ma forse più. 

Mentre ero lì che pensavo il da farsi... BANG! è saltata la sartia sopravento di poppa dell'albero di trinchetto. Non essendo caduto l'albero, cosa che sarebbe successa su qualsiasi altra barca, abbiamo orzato ammainato le rande e strambato. L'albero non è caduto perché è incastrato tra la coperta e lo scafo in modo solido e le sartie sono solo un supporto per non farlo flettere troppo. Inoltre c'è l'altra sartia in linea che lo tiene lateralmente e il marocchino che lo tiene verso dietro sull'altro albero che ha sua volta ha una sartia alta acquartierata verso poppa, come quella che si è rotta sul trinchetto. Il pezzo che ha ceduto è un cerchietto di inox, che dalla sartia sta attorno al pezzo di noce con tre fori che tiene la cima che fa da aridatoio.


Vittorio Malingri - Ocean Experience




















Con Andrea al timone, io e Roberto abbiamo messo un grillo grosso che ne tiene altri due e usati tutti e tre per ripassare la cima. Tesato il tutto e via così. A scriverlo è attimo, a farlo un po' meno. E lo spavento è stato grosso.
Ma non finisce qui. Nel frattempo il vento è aumentato a quasi 40 nodi, la barca va bene, ma senza randa rolla di brutto e in modo brusco. Credo che togliendo gli alberi di legno in favore di quelli di alluminio andrebbe tolto un po' di peso dalla chiglia. Faremo... motopicco e via, essendo la zavorra interna di cemento.

Insomma tutta la notte in fuga, in rotta. Frangenti a tutto spiano. Belle onde a tratti 4-5 m. Poi stamattina... BANG!!. Un'altra volta. Adesso la sartia in linea dell'albero maestro. Si vede che ha preso una strinata ieri ed era attaccata per miracolo.
'Sto giro però fine dei grilli. Ci sono un po' di metri di dyneema scalzato da 8 mm. Faccio un loop, lo passo quadruplo attorno al solito pezzo di noce e sostituisco l'acciaio rotto. Non è una riparazione di fortuna, è come le modificherò tutte. Anche perché se due si sono rotte anche le altre 6 avranno i giorni contati. Nella parte bassa i pezzi di noce forato sono attaccati con un tondino doppio che non ha saldature vicino all'occhiello, dove si sono rotti gli altri. Secondo me i pescatori di merluzzo (a'mfamoni fracichi!) le facevano come le faccio io oppure, come ho visto al museo di Mystic, in ferro e non le saldavano vicino alla piega e all'occhiello.
Anche questa è fatta. Adesso è sera, c'è stato il sole tutto il giorno, abbiamo issato la randa di trinchetto e smesso di rollare. Ho appena dato una mano anche a quella e stiamo facendo 7-8 nodi al traverso lasco.

Vittorio Malingri - Ocean Experience
























Siamo stanchi. In tutto questo sono saltati i turni per via dei lavori e poi perché timonare con quelle onde, con la bussola che si vede poco e la barra che si muove solo nella rollata sopravento, non è proprio uno scherzo da ragazzi. Andrea timona meglio, Roberto ha un po' più di difficoltà. E vorrei vedere... trovarsi lì da solo al buio con mare forza 8, frangenti, zero luna e stelle, alla barra di un peschereccio di 150 anni fa!.
Allora è vero che li arruolavano nelle taverne ubriachi. Poi la mattina li trovavi a pescare merluzzi... e la sera a timonare al freddo di una notte senza luna. Perché tu non sai come si fa, ma la barca sì.
E comunque noi abbiamo mangiato spezzatino con patate fatto da noi, come a casa. Domani calerà il vento.

Alla fine, cercando pezzi utili da riparare, abbiamo scoperto due gavoni nuovi. Uno nascosto che ha trovato Robi due giorni fa dove c'era una bottiglia di rhum, e in quello che ho trovato io: un bansigo, controranda e fisherman.
Alla via così, con le vele leggere non abbiamo paura di niente! anzi forse ci diamo alla guerra di corsa.... passa la boccia dai!

Vittorio

domenica 26 ottobre 2014

Time of Wonder #1 San Blas arrivo!


Ciao a Tutti,

sono a 41°23'N 68°58'W tra i Nantuket e i George Bank.


Sono contento perché Time of Wonder è di gran lunga oltre ogni apettativa.
Siamo partiti con tempo grigio, 20 nodi al lasco. Belli schisci, randa di trinchetto terzarolata, trinca e yankee. Poi, una volta fuori dal labirinto di isole, isolotti, secche e scogli del Maine abbiamo issato la randa con due mani. In poche parole, tre strambate e una bella cavalcata al lasco abbiamo fatto 170 miglia in 24 ore. Stanotte facevamo punte di 9 nodi sull'onda con vento al traverso lasco.


Vittorio Malingri - Ocean Experience
























La barca si manovra bene, il timone ha sotto la barra un pettine di bronzo rivolto all'insu e la barra ha sotto un rilevo che si incastra in qualsiasi dente del pettine. Ce n'è uno per grado. Siccome quando l'onda spinge la poppa di lato non è possibile tenere il timone con le mani, si timona sempre con la barra incastrata in uno dei denti. Per puggiare, quando la barca rolla sopravento, si dà un colpo con la gamba alzando la barra e tirando con le mani per incastrarlo uno o più denti sopravento. Per orzare il contario. Sembra un casino ma, visto che la barca va molto dritta, lo si fa ogni tanto. Certo bisogna prenderci la mano. Per le manovre: la barca va abbastanza dritta da lasciare il tempo di fare delle incursioni sul ponte a tirare o mollare qualcosa. Per strambare è uno scherzo: si mette il timone alla puggia e, senza nenache mollarla dalla bitta, si cazza la randa fino a che stramba. La trinca bomata e randa di trinchetto strambano da sole senza dare colpi né aver bisogno di gente alle scotte. Poi alla fine una volta trovata la rotta si toglie lo yankee da collo e si cazza sottovento. Tutto ciò al gran lasco. In tutte le altre andature si regolano bene le vele e si lascia il timone bloccato per ore.


Vittorio Malingri - Ocean Experience
























La barca si muove dolcemente e sbanda pochissimo, c'è stato dalla partenza un mare molto incrociato e a tratti belle onde. A bordo solo qualche spruzzo finora, anche sulla prua. Solidissima e funziona tutto, anche perché mi sono fatto un culo così per 16 ore al giorno per 10 gg, dal rigging all'impianto elettrico.
Come tutte le mie barche era in mano a gente che non navigava veramente e quindi c'è tutto ma era montato alla cazzo.
Ho montato randa e randa di trinchetto, nuove di trinca e mai uscite dal sacco, (dacron nocciola chiaro da fighetto) ne ho altre due nuove perfette nel gavone, trinca e yankee quasi nuovi. Ho smontato, scambiato e rimontato nel modo giusto tutti i sistemi di paranchi delle drizze, che sono 11, più 3 ammantigli, scotta del picco di trinchetto, della controranda (che non ho) del fisherman (che non ho). Tesato tutto il sartiame che è in inox ma invece degli arridatoi ci sono dei paranchi con cima  e bozzelli di legno forato. Non so come si chiamano. Guarderò sulla bibbia "The American Fishing Schooner" del grande Howard L. Chapelle. Oggi mi faccio tirare su e aggiungo delle volanti sull'albero maestro, sotto l'alberetto perché ci vogliono, anche se i locali dicono di no.
Non andiamo mica a pesca di merluzzi noi. Ho bisogno una barca che funzioni per viaggi lunghi, che si porti facilmente e a cui si possa tirare un po' il collo, in questo momento facciamo 8,3 nodi fissi di bolina larga 60° al vento.


Vittorio Malingri - Ocean Experience


























Dentro ho messo: inverter1000w per trapano, seghetto, carteggiatrice, frullatore saldatore, e per ricaricare qualsiasi cosa. Ho montato un frigo, rifatto impianto idrico, messo una piccola autoclave (il boiler c'era già), fatto legna nel bosco come a casa mia... - scusate, intervento sul ponte: ammainato yankee (prima volta sul bompresso con mare formato) neanche bagnato le scarpe. Tesata drizza picco trinchetto, alzata randa in modo che il boma si trovi a un metro sopra la trozza, il boma è lungo 9 m, altrimenti va acqua - ...cambiate guarnizioni del cesso, sostituita una pompa di sentina elettrica e un sacco di altre puttanate di cui non ricordo più. Ci ho dato dentro, volevo partire. Ho un appuntamento al caldo.
Morale, l'altro giorno abbiamo fatto un trasferimento di prova da Orr Cove al Royal River, a  Yarmmouth. Siamo entrati sotto la pioggia, a bassissima marea. Ci siamo arenati solo 3 volte. Siamo stati lì a fare passare i due fronti della depressione e a fare gli ultimi lavori. E come è girato il vento da Nord... via verso nuove avventure. Nel vero senso della parola.


Vittorio Malingri - Ocean Experience






















Non mi sono mai veramente annoiato ad andare a vela, ma la vita su Huck Finn II stava diventando una routine da 20.000 miglia all'anno. Sono contento di aver scelto una barca così diversa dal solito e avere davanti a me ancora tante cose da imparare. Però mi aspettavo un mezzo lento e goffo. E invece no... i pescatori di merluzzo del Maine sapevano il fatto loro, 'sti fraciconi!!!
Che bella navigazione ieri sotto cielo plumbeo tra le isole del Maine, viste foche, delfini, balene. Stanotte cavalcata al lasco e poi traverso lasco. Al timone, scoprendo come farla andare dritta, regolando vele, tirando mantigli, inventando un sistema per usare le drizze della controranda come volanti, strambando da solo.
Poi che bella dormita mi sono fatto dalle 04:30 alle 11: 40 con Roberto e Andrea che si alternavano alle guardie e al timone.

Finalmente sono iniziate le mie vacanze. San Blas resta lì un attimo... arrivo!

Vittorio

venerdì 22 febbraio 2013

San Blas for ever


20 Febbraio 2013  Coco Bandero - San Blas (Panama)

Contro tutte le regole di navigazione entriamo tra i reef dell’arcipelago di  San Blas all’imbrunire. E’ notte quando gettiamo l’ancora  a pochi metri dalla playa e dal reef, a Cayo Holandes west. Conosco il posto l’ultima volta ci sono stato nel 2005 o nel 2006. 























Solo anni fa, prima dell’avvento del GPS ma soprattutto di chartplotter a costi accettabili, ciò non sarebbe stato possibile. Questo rende possibile anche molto altro, ad esempio attorno a noi ci sono altre 5 barche alla fonda, di cui 3 italiane.
Un tizio italiano con Lagoon pieno di gente si avvicina e mi fa “…mi scusi è un Grand Soleil...” 





“Ma il Grand Soleil tua sorella!!!!  Barca di mmerd..”, penso mentre continuo a preparare il gommone, visto che finalmente sono quasi riuscito a muovere tutta la famiglia assieme, per scendere in spiaggia e fare una nuotata al reef, e non voglio fallire proprio negli ultimi istanti. 
Impresa titanica la coordinazione di tutto ciò.


























Ci ho messo un po’ ad abituarmi a tutta sta folla, ma e solo per questi mesi, da marzo in poi la situazione è più tranquilla perché scatta il tempo limite per attraversare il pacifico. Qui rimangono una decina di barche di irriducibili, ad affrontare la stagione dei fulmini più pesa del mondo. C’e chi ha fuso tutto l’impianto di bordo già un paio di volte, ma è un posto talmente bello che capisco benissimo chi rimane ad oltranza. C’e chi è qui da oltre 15 anni, sempre ancorato nello stesso posto a parte un viaggetto a Colon per fare carena una volta all’anno.


















Il tempo passa, anche per Julio, che era già li nel 1979,  mentre compivamo il mio primo giro del mondo in famiglia.  Arrivammo proprio qui in questo ancoraggio. Allora eravamo due barche in tutto l’arcipelago. Appena arrivati un paio di Kuna, (Guna come vogliono farsi chiamare adesso), aveva appena catturato un enorme tartaruga e ci invito a assaggiarne le uova crude. Poche cose al mondo fanno più schifo, ma qui si vive di quello che c’é, allora come oggi.


















Ma torniamo a Julio, 76 anni, da 50 vive su questo piccolo cayo del gruppo di Holandes curando i cocchi, che per la copra sono la fonte di economia principale di queste isole. Ha avuto 5 mogli, le male lingue dicono che ne ha ammazzate un paio, ma non siamo di questo avviso anzi assieme a chi lo conosce bene, pensiamo che sia il Kuna più in gamba di tutto l’arcipelago, soprattutto una persona molto dolce e aperta. Ultimamente diceva al mio amico Eduardo del “Pura Vida”, passeggiando nel viottolo, perfettamente pulito della sua isola,  "Tempo fa ero rimasto solo, allora ho chiesto al congreso (l’organo di governo di ogni tribù), di mandarmene una nuova. Mi hanno mandato questa qui. Non è molto sveglia..…pero nel amaca è una piragna!" e ride.

Quindi vuol dire che Julio, 76 anni passati, e signora… qua ancora… nell’amaca…va beh lasciamo perdere. Certo che se vivono in un posto come questo non è che si stressano più di tanto. 
























Oramai da quel giorno è passato un mese abbondante, ho fatto il mio giro, salutato gli amici, conosciuti di nuovi, controllato il territorio per vedere quanto e come è cambiato. Molto e non sempre in meglio. Ma come dice Victor, il primo saila, (sindaco) di Nargana, "El progreso Vittorio el progeso!!"


Narganà è la più moderna da sempre. Ci sono più case di cemento della media e tutti parlano spagnolo, anche tra loro, perché ha un passato coloniale. Poi in una notte, nel 1929 hanno ammazzati tutti e 400 i bianchi, uomini donne e bambini, quando hanno deciso che, forse, la nostra civiltà non era poi tutta sta gran cosa. Adesso pero passeggi tra capanne con pannelli solari e tv, con schermi ultrapiatti che trasmettono le stesse porcherie nostre. Fa un certo effetto vedere una nonna Kuna in vestito tradizionale guardare N.C.I.S in uno schermo grande il doppio di quello che c’e nella mia casa di terra.
Era inevitabile e non è neanche sbagliato, visto che comunque i Kuna governano da 100 anni, e senza interferenze, il Kuna Yala la loro grandissima riserva. Hanno parlamentari a Panama e perfino un rappresentante all’ONU, e fino ad oggi hanno sempre deciso tutto loro. Delle 5 tribu degli indiani americani sono i più “sgamati” e ricchi, senza aver avuto bisogno di fare dei casinò, come gli indiani del nord america, o degradandosi a vivere come noi. La faccio breve perché su 'sti argomenti si potrebbe parlare una vita, diciamo che hanno fatto un passo avanti verso un iniziale felicità e una finale tristezza.


















E sempre così arriva una barca vela, poi dopo un po’ due, tre ecc e poi la strada o la pista dell’aereo porto, poi tutto il resto. Il primo  contributo  a tutto ciò viene da tutte quelle teste di cazzo che girano il mondo in barca  facendo niente o quasi, e che dicono di essere felici fuori dalla nostro sistema, mentre “vendono” la terra degli altri senza pensarci un minuto. Scrivono guide e danno indicazioni, coordinate geografiche e pure cartine per non schiantarsi nei reef.  Sarebbe meglio tenere la cosa per se e lasciare anche la gioia a chi gira, e ha un approccio diverso, di scoprirle da soli queste cose. Anche in Italia ne abbiamo avuto una bella rappresentanza e anche a casa mia prima di capirlo ci abbiamo messo un po’. Insomma articoli di qua, articoli di la, ed ecco qui che se non parli italiano non fai un passo.
I più vengono a lavorare con le barche durante i mesi invernali e poi tirano in secco a cartaghena, Colombia, o in marina a Colon o a Panamarina, dal “francese”. Sulla costa tra Portobello e Isla Grande
Dicevamo che c’e invece un gruppo di irriducibili “stranieri di San Blas” che vive di poco o niente e di un rapporto in grande armonia con i Kuna. Due o tre barche  Italiane, un paio di francesi, un americana , spagnoli,…. Li capisco sempre di più. Impianto elettrico fuso al 50% di probabilità a parte.

















Vorrei farlo anche io e prima o poi ci arrivo, pero: barca senza motore, o con avviamento a mano , luci a petrolio, cucina a petrolio e niente gadgets. Mica ho voglia di passare l’altra meta dell’anno a litigare con un assicurazione (calamità naturale), e a riparare il tutto
Anche i miei ragazzi hanno subito il fascino di questi posti e anche a causa della totale mancanza di lavoro per giovani in Italia e fantasticano di lavorare qui.

 Se volete scoprirle imbarcatevi con Eduardo e Adriana, due belle persone super a posto e iperprofessional, una barca molto accogliente, la conoscenza perfetta della gente e dei posti e un entusiasmo sempre vivo per quello che fanno. Sono qui da 7 anni. Fulmini inclusi. 
Tornando a noi sono qui che scrivo, tutto il giorno al computer  e in questo preciso momento sono a Coco Bandero.
Quindi???? . Vi mollo ed esco subito. O vado a pescare sul reef o mi faccio un paio di bordi in kite, che finalmente sono riuscito  ad imparare, sempre in classifica molto dopo i miei figli, e adesso sono perfino capace di tornare da dove parto e fare anche qualche “zompo”. 
Ecco il Lele in action a Cayo Holandes est.


 Chi l’avrebbe mai detto a quasi 52 anni sono diventato un “fottuto kiter” e ho intenzione di darci dentro fino a quando non ce ne andremo da qui. Sarà verso fine marzo, per essere a St, Domingo pronti per la prima nostra traversata scuola l’11 aprile prossimo.
Sono 500 miglia abbondanti a bordi secchi contro 30 nodi di vento e 2 di corrente con delle belle onde spacca barche.
Sarà forse  per questo che qualcuno si ferma qui a costo di prendersi un paio di fulmini a stagione?. Oltre a farsi venire le voglia della “lunga bolina”  però, vedo oramai in giro poche barche capaci di voltare la prua al mare e al vento e farcela senza rompersi.
Visitatore futuro tieni bene a mente che una volta qui, o passi il canale e porti a casa la barca facendo tutto il giro del mondo, passando sotto l’Africa di bolina perché ad Aden ci sono i pirati), o vendi la barca, o rimani qui per sempre, o fai prima e vieni a farti un giro con me, che poi alla bolinata ci penso io... anzi ci pensa Huck Finn II.

Alla prossima,
Vittorio